data evento: 13-05-2020

A cura di Michele d'Alena

Stiamo assistendo al più grande esperimento da parte di ogni servizio ad interesse pubblico: di fronte all'avanzata della pandemia di COVID-19, l'accelerazione digitale è progressiva e sistemica.

“È il nostro momento” ha detto chiaramente un dirigente dell’Agenda Digitale del Comune di Bologna in una recente riunione ovviamente svolta attraverso una piattaforma digitale. In poco tempo, si sta compiendo una dirompente rivoluzione: tutte e tutti, dai più piccoli ai più grandi, per fare sport o accadere a qualsiasi contenuto culturale, sono stati costretti a sviluppare nuove strategie digitali. Dai commercianti ai cittadini, dai governi centrali alle amministrazioni locali, dai musei ai negozi di prossimità, tutti hanno dovuto abbracciare il web. È in atto una digitalizzazione delle nostre esistenze e le conseguenze e il divario che ne possono scaturire segneranno quanto potrà avvenire nei prossimi anni.

L’attuale catastrofe trova nel digitale una natura collettiva diventando diritto di cittadinanza fondamentale ma anche nuovo luogo di scontro con i giganti del web come nuovi colonizzatori. Il digitale, oggi più di ieri, non è uno strumento neutro, perché porta all’estremo diverse questioni centrali, basti pensare alla sorveglianza, alle istituzioni che devono garantire processi democratici o il diritto allo studio. Le differenze di accesso alle tecnologie sono evidenti: chi non ha un dispositivo o una connessione, è escluso

Come Fondazione per l'Innovazione Urbana ci appare urgente agire per mettere le comunità in condizione di acquisire la consapevolezza del problema e di gestirne la soluzione. O quanto meno non subirla da sudditi, come indica Morozov: “nel giro di poche settimane, il coronavirus ha bloccato l'economia globale e ha posto il capitalismo in terapia intensiva. Molti pensatori hanno espresso la speranza che introdurrà un sistema economico più umano; altri avvertono che la pandemia annuncia un futuro più oscuro della sorveglianza dello stato tecno-totalitario”. Di fronte a questa pandemia globale, diversi sono i modelli di biopolitica digitale, come indica il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, e molte sono le preoccupazioni: per una discussione consapevole sull’utilizzo delle tecnologie, gli 11 punti stilati da Algorithm Watch possono essere utile bussola, non solo per il “digital contact tracing”, obiettivo della ONG tedesca. In particolare, considerate le nostre attività a supporto dei processi partecipativi e collaborativi, il punto 6 si rivela centrale per la tenuta democratica perché “La democrazia non è un ostacolo all’arresto della pandemia: è l’unica speranza che abbiamo per contrastarla razionalmente, rispettando i diritti di tutti. La trasparenza dovrebbe essere fondamentale per 1) le soluzioni tecnologiche a cui si sta lavorando, 2) le istituzioni specifiche o i team di esperti creati per affrontare il problema, 3) la dimostrazione del perché tali soluzioni dovrebbero essere implementate, 4) chi alla fine le svilupperà e rilascerà, specialmente in caso di coinvolgimento di enti privati. Solo la trasparenza assicurerà che la società civile e i parlamentari facciano sì che i decision-maker si assumano le proprie responsabilità”. Perché al centro non c’è solo la pandemia, come indica Harari: “Le decisioni prese da persone e governi nelle prossime settimane probabilmente daranno forma al mondo per gli anni a venire”.

Interessante diventa per tutte le istituzioni recuperare su questo terreno una propria funzione: non si tratta di usare i droni per sorvegliare, ma di coniugare la capacità di recepire indicazioni dal mondo delle ricerca e della società civile con trasversalità di competenze, implicazioni inedite e velocità di decisione. Concretamente diventa esemplare questa dichiarazione del Ministero per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione: la premessa contenuta è fondamentale perché indica la complessità da affrontare con una task force composta da 74 esperti, creata in accordo con il Ministero della Salute, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, e in collegamento con Autorità Garante della Concorrenza e del mercato, Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Per i meno esperti,  è utile questo articolo del Sole 24 Ore perché semplifica il nodo: non è solo una questione relativa alla privacy ma un modello di gestione de-centralizzato. Dopo diverse segnalazioni di accademici e attivisti, e seguendo l’evoluzione di complessi protocolli internazionali, indicazioni europee e quanto Google e Apple stanno per adottare, il Ministero impone alla cordata di aziende che gestiscono l’applicazione “Immuni” e selezionate attraverso una call pubblica, di cambiare impostazione per dare maggiore forza alla privacy e alla sicurezza dei dati. Ma quanti sono consapevoli che Immuni prevede non un nodo centrale ma ad un sistema diffuso, persona per persona, smartphone per smartphone?

Questo tipo di percorso porta alla luce l’urgenza di continuare una riflessione critica su tutti i campi di applicazione del digitale, anche nella dimensione urbana. Quale impatto può avere la presenza a Bologna del super calcolatore per affrontare questa crisi globale? Oppure, ritornando al nodo del diritto all’accesso, non possiamo non nominare i tanti che consapevolmente connessi e formati stanno supportando chi non lo è: con corsi formativi via web o con iniziative di raccolta fondi o di dispositivi da rigenerare, molte sono iniziative mutualistiche per supportare chi non ha dispositivi o per chi ha difficoltà di comprensione. Soprattutto pensando ai prossimi mesi che continueranno a marcare differenze tra chi è ha accesso al digitale e chi no. La questione educativa diventa l’urgenza, cercando di abbracciare lo sguardo di chi rimane indietro, come raccontano gli attori di Lunetta Park, al quartiere Santo Stefano, Bologna: “Per questo come comunità educante ci sentiamo responsabili più che mai e saremo guardiani del diritto allo studio e accesso alla cultura per tutte le nostre studentesse e i nostri studenti e per le loro famiglie, ma specialmente per coloro che in questi giorni fanno più fatica perché non hanno wifi a casa, perché non sanno come usare lo smartphone per studiare, perché non hanno qualcuno a cui chiedere aiuto, perché non sanno come aiutare i propri figli ad andare a scuola restando a casa”. 

Per finire questa mappa impossibile da definire e per immaginare un protagonismo delle comunità nella coproduzione delle soluzioni, ci appare esemplare l’iniziativa diffusa dei tanti makerlab che si sono prodigati nel costruire nuovi modelli dispositivi sanitari: dagli Stati Uniti alla Val Trompia, inedite equipe con medici, ingegneri e makers hanno inventato nuove filiere produttive. Forse per la prima volta con un impatto così rilevante e a 40 anni dopo la prima stampante 3D del MIT di Boston, il movimento globale dei maker ha unito prossimità, collegando ospedali a laboratori, e globale condividendo dati e informazioni.

Queste indicazioni, se da un lato cercano di dare maggiore accessibilità a notevoli e complesse implicazioni, dall’altra indicano una forte responsabilità nelle progettualità da mettere in campo: come Fondazione Innovazione Urbana di fronte alla pandemia, non possiamo non indicare alcuni dei tratti emersi come centrali nelle prossime attività da mettere in campo. Non si tratta di cambiare modo di lavorare ma di progettare alla luce dei nuovi bisogni, a partire dal cantiere per disegnare un modello etico per le consegne: da una parte, le grandi piattaforme che sfruttano la figura dei riders, delle quali solo alcune hanno firmato la Carta dei diritti fondamentali per il lavoro digitale nel contesto urbano di Bologna, dall’altro un nuovo protagonismo nel pubblico, coniugando prossimità e intelligenza collettiva, con nuovi modelli a disposizione del bene comune, con inclusione, mutualismo e coproduzione di soluzioni da parte delle comunità come risposte da mettere in campo per evitare che quanto messo in luce dall’emergenza sia al centro di una ripartenza giusta. Dando ancor più forza agli approcci e ai metodi dell’immaginazione civica, coniugando ricerca scientifica, sapere tecnico amministrativo e ascolto della città.