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“Per raggiungere le persone, nella comunicazione come nella vita, bisogna uscire da noi stessi e mettersi nei loro panni”. Abbiamo intervistato Giovanna Cosenza, docente della prima edizione del Master in Gestione e co-produzione di processi partecipativi, comunità e reti di prossimità, all'interno del quale si è occupata di Social Networking.

Giovanna Cosenza è Direttrice del Master in Comunicazione, Management e Nuovi Media e Direttrice del Corso di laurea triennale in Comunicazione e Digital Media dell’Università di San Marino e Bologna.

Il Master ha l’obiettivo di formare “agenti di prossimità”. Perché è così importante, oggi, questa figura e perché è fondamentale la formazione?

“Nella comunicazione pubblica, politica e istituzionale andare sul territorio, mostrare la propria vicinanza ai cittadini e alle cittadine, stabilire e consolidare relazioni è fondamentale, soprattutto in tempi di lontananza. Una lontananza che non è solo fisica, ma soprattutto legata alla sfiducia e al senso di non appartenenza che spesso le persone in Italia hanno rispetto alle istituzioni e amministrazioni pubbliche. Gli italiani e le italiane hanno una vocazione più orientata alla comunità particolare che pubblica, c’è poco senso del bene comune. Questo arriva dalla storia che ci precede e che si può sintetizzare nel detto che l’Italia è fatta di campanili. Ogni stereotipo ha ampi margini di falsità e falsicabilità ma ha anche un nucleo di verità e in Italia il particolarismo è più forte che in altri Paesi. Per recuperare il senso di appartenenza, chi si occupa di bene comune deve andare capillarmente sul territorio e questo è l’unico modo per agire e comunicare in modo efficace. Lo si fa creando relazioni di prossimità ed essendo sempre più vicini ai quartieri, alle periferie, ai bisogni dei gruppi sociali e dei micro gruppi sociali. L’aggravante è data dalla povertà crescente, da ciò che ha creato la crisi economica del 2008 e da ciò che creerà la crisi dovuta alla pandemia. La lontananza è anche divisione sociale. I gruppi sociali più emarginati vanno quindi rintracciati localmente sul territorio ed è importante ribaltare il rapporto centro-periferie, dando centralità alle periferie”.

Perché il suo insegnamento è importante per questa figura?

“Il social networking, fare rete sociale attraverso i media digitali, è uno strumento per raggiungere capillarmente le persone e ha dimostrato più volte di avere un ruolo importante nella comunicazione politica e pubblica. Ciò non significa che la comunicazione digitale attraverso i social possa sostituire l’andare sul territorio, ma può essere utile per raggiungere le periferie e integrarsi all’azione materiale sul territorio, cioè agli incontri fisici nelle varie sedi dove i cittadini già si aggregano. È un intreccio fruttuoso, proficuo, un circolo virtuoso tra relazioni digitali e relazioni sociali. Questo ad esempio dimostrò di funzionare molto bene già nella campagna per la prima elezione di Barack Obama. Era il 2008 quando Obama vinse, facendo tornare a votare i cittadini con i social di allora, utilizzando i mezzi digitali per rimotivare le persone e combinando questa azione con il ‘porta a porta’. Se ha funzionato tanti anni fa per le elezioni presidenziali di Obama, come non farlo in Italia, in un territorio molto più piccolo e molti anni dopo. È doveroso, inevitabile, e va fatto sempre di più. Non sostituisce ma stimola, affianca e consolida l’azione sul territorio, rendendola ancora più capillare”.

 Se le chiedo di sintetizzare i contenuti del suo corso in una frase/citazione, quale sarebbe?

“Più che una citazione è un concetto chiave della comunicazione, ovvero lo spostamento verso il destinatario. Al centro non sta chi comunica ma chi riceve la comunicazione. Per raggiungere le persone bisogna metterle al centro delle proprie azioni. I destinatari e le destinatarie sono sempre il centro dell’attenzione: è questo lo sforzo pazzesco di ogni atto di comunicazione. Bisogna sempre per prima cosa pensare alle persone a cui si comunica. È una mossa di efficacia, ma anche etica. Uscire da noi stessi per andare incontro agli altri è anche una bella sfida che comporta imperativi etici”.